Il referendum alle porte non è solo il termometro di un’opzione politica; somiglia piuttosto a quel singolare rito di chiaroveggenza collettiva che i Greci celebravano nei crocicchi del destino. Un’occasione, insomma, per interrogare il Dèmone dei nostri poteri, quell’ibrido mostruoso che, da almeno tre decenni, cavalca la scena pubblica italiana come un centauro ubriaco di onnipotenza e risentimento. Da un lato, il potere mediatico, pronto a inscenare inquisizioni che somigliano a veglie d’armi; dall’altro, il potere politico, che di quelle derive si nutre come parassita della paura; e, infine, un frammento di magistratura, erede involontaria dei tribunali del sospetto. Tre vertici d’un triangolo che, se fosse disegnato da Escher, illuderebbe ancora oggi la prospettiva democratica.
1992: anno-bivio. Cadono regimi di partito come dinastie d’un Manzoni stanco.
All’epoca, l’anima pubblica parve concedersi un delirante sabba, dove il diritto non più temperava la furia, ma la accompagnava, musicata da cori giustizialisti e da titoli urlati. Mani Pulite, catarsi e damnatio insieme: l’inchiesta si fece palcoscenico, il pubblico plaudente chiese teste, non sentenze. I partiti — organismi imperfetti ma vivi — furono trattati come corpi in decomposizione: scomposti, sezionati, dissolti. Dell’antico pantheon rimase solo l’Efebo dalle orecchie sensibili al marketing: la “gioiosa macchina da guerra” senza ruote. Poi, sulle ceneri, apparve un imprenditore che disse di voler difendere una borghesia rimasta orfana dei suoi padri. Così nacque il berlusconismo, che fu insieme narrazione e reazione, e — per paradosso caleidoscopico — generò, come controfigura, un’altra religione: il travaglismo, culto dell’indignazione perpetua, officiante del moralismo inquisitorio.
Da quella matrice sgorgò una sinistra priva d’alfabeto, che scambiò l’antitesi per identità. Anti-qualcosa, sempre; mai pro. Sostituì alla politica il sospetto, alla dialettica la toga. I casi giudiziari divennero catechismi televisivi; e l’ultima eresia fu il Ruby gate, dove l’imputato veniva bruciato non all’altare del diritto, ma a quello della decenza presunta. Non si voleva capire, si voleva condannare moralmente — come in certe adunate medioevali dove bastava il grido “blasfemo!” per dissolvere ogni dubitazione. Ricordo l’istantanea di Deauville: Sarkozy e Merkel ridacchiano, il nostro premier invitato alla pantomima del disprezzo. L’Europa, antica madre sorda, torna maestra di dileggio. In quell’attimo simbolico, l’Italia appare come il personaggio tragico che non sa più se ridere o chiamare aiuto.
Tutto ciò non nasce ieri. È lunga incubazione quella che porta al complesso mediatico-giudiziario-politico, una creatura senza catasto costituzionale ma con smisurato potere di interdizione. È, in fondo, l’esempio moderno d’una teocrazia laica: non eletta, ma temuta; non visibile, ma onnipresente. Montesquieu, spirito raziocinante, ammoniva che “ogni potere tende ad abusare”; qui, però, è l’abbraccio dei poteri il primo abuso. Giudici che si fanno tribuni, tribuni che giocano da giornalisti, giornalisti che convocano processi serali: una repubblica di specchi deformanti. Quando le funzioni si mescolano, la libertà si appiattisce; quando tutto giudica tutto, nessuno è più responsabile di nulla.
Forse il referendum non chiede solo un “sì” o un “no”. Forse ci chiede se intendiamo restituire ai poteri la loro distanza sacrale. La democrazia, dopotutto, è un fragile equilibrio di spazi vuoti: tra chi governa, chi giudica, chi narra. Quando l’uno abita la casa dell’altro, nasce la confusione, e da lì — diceva già Polibio — la tirannide muove i primi passi. Ecco perché oggi sarebbe già coraggioso chiedere silenzio. Che ognuno torni al proprio mestiere: il giudice alla legge, il politico al consenso, il giornalista ai fatti.
Sarebbe rivoluzionario rimettere ordine, dopo trent’anni di rumore.